… un nuovo inizio

Le parole brillarono

raggianti

nella notte scura

e noi trovammo la strada

e il coraggio

per sostenere

il nostro sguardo stupito

sul mondo

 

Furious Jack

Il gigante e la bambina che insegnarono l’amore agli uomini

In un tempo non molto lontano, accadde un fatto davvero molto strano. Al centro di un paese c’era una piccola casa dove viveva una famiglia speciale, formata da piccole persone.

Tutti erano piccoli in quel paese! A provocare ciò era stato il passaggio di uno straniero, un uomo deforme, gobbo e zoppo. Egli cercava solo un riparo, del cibo e degli amici, ma trovò solo persone pronte a deriderlo, o persone spaventate che lo allontanavano a causa del suo aspetto. Lo offesero e lo mortificarono a tal punto che l’uomo vi lanciò una maledizione.

Le sue grida furono ascoltate dal re degli dei, Zeus, che protegge i viandanti e gli stranieri. Zeus chiamò tutti gli dei a raccolta e, con il consenso di tutti, venne affidato a Poseidone il compito di trasformare la maledizione dell’uomo in punizione.

Sopra il paese il cielo diventò subito buio. Ogni cosa – case, persone, alberi – perse i colori e si rimpicciolì. Le persone non crebbero più e restarono alte al massimo dieci cm. Lo straniero, in confronto, divenne un gigante, sempre più cattivo e incapace di amare. Per quel paese non sarebbe più esistita pioggia, né sole, fintanto che il gigante non fosse tornato ad amare. Il gigante si ritirò sulla montagna, in cima al paese, e tutti gli abitanti, a lui sottomessi, dovevano provvedere alla sua alimentazione. Il raccolto, però, era scarso a causa della mancanza di sole e pioggia.

Tutti avevano paura ed erano ormai pentiti di aver scacciato lo straniero ma bisognava tentare di cambiare qualcosa, perché il gigante diventava sempre più cattivo e prepotente. Ci pensò una piccolissima ragazzina, molto giovane, appartenente a quella piccola famiglia speciale. Erano speciali perché tutti avevano la carnagione eterea, occhi cerulei e capelli come i raggi del sole. La giovane si chiamava Mirea e lei non temeva il gigante perché non giudicava gli altri dal loro aspetto. Andava da lui tutti i giorni, con dolci dai mille sapori e regali fatti con le sue mani. Parlava molte ore con lui, raccontandogli delle bellissime storie che lo commuovevano.

Avvenne però che la ragazza morì e il gigante restò da solo, con il cuore ancora più vuoto. Anche gli abitanti del paese erano disperati perché con lei era morta anche l’ultima speranza di fare la pace con il gigante. Ma qualcosa era cambiato in quell’uomo che ora si accorgeva che anche quella gente provava dei sentimenti e provava paura, proprio come lui.

Fu in quel momento che la dea Afrodite intervenne, donando a tutti quegli uomini e alle donne la giusta statura; avevano finalmente imparato ad amarsi e a rispettarsi, a riconoscersi uguali al di là delle differenze del loro aspetto esteriore. Gli dei allora raccolsero tutte lacrime versate a causa dell’odio e della paura e le portarono in cielo, pronte a cadere per fecondare la terra. Poi cominciò a splendere il sole, che aveva donato Mirea con la luce dei suoi capelli dorati. Gli anziani del posto tramandarono nel tempo il mito del gigante e di Mirea, lo straniero e la bambina che avevano insegnato l’amore agli esseri umani.

 

Autore: Dangav (Classe IA)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Inventare

La favola del lupo triste

Un lupo vecchio e molto stanco se ne andava da solo in giro per il bosco in una bella giornata di sole. Egli non era molto amato dagli abitanti del bosco, perché con l’età il lupo era diventato sempre più arrogante, ma lui non ci pensava.

Durante il cammino, il lupo sentì appoggiarsi sulla spalla qualcosa. Era un piccolo canarino rosso che gli chiese la strada per l’albero più grande del bosco. Il lupo allora rispose che la strada passava per la sua bocca e, dopo aver detto questo, cercò di azzannare l’uccellino, che con un battito di ali volò via.

Il lupo, rimasto a bocca asciutta, continuò per la sua strada. Incontrò poi un agnello che gli chiese anch’ esso la strada per il grande albero, ma la cosa andò come prima: cercò di azzannare l’agnellino, che subito scappò via. Poi, di nuovo, un coniglio chiese al lupo come arrivare al grande albero e andò allo stesso modo.

Il lupo allora si chiese perché tutti volessero sapere dove fosse il grande albero e ci andò. Arrivato lì, vide una maestosa quercia, attorniata da animali di tutti i tipi.

In mezzo alla folla di animali c’era un vecchio orso che raccontava la storia di un lupo molto vecchio e arrogante che era cattivo con tutti e che abitava da solo ringhiando a tutti i passanti. Disse poi che un giorno il lupo aveva pianto nella sua casa per giorni e giorni e che gli animali lo guardavano rattristati. Così entrarono e gli chiesero cosa lo tormentasse. Lui disse che da quando la sua compagna era morta, lui era arrabbiato con tutti e che ora avrebbe voluto chiedere perdono.

Finito il racconto, tutti gli animali attorno alla quercia si girarono e guardarono il vecchio lupo che si era commosso. Si tormentava e implorava perdono per come si era comportato fino a quel momento. Tutti si misero intorno a lui e lo rassicurarono, diventando suoi amici.

Ognuno di noi può essere triste e addolorato, ma ciò non giustifica il fatto di prendercela con gli altri.

 

Autore: Amy5.1 (Classe IA)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Inventare

Cosa ci fa l’amore…

“Nonno mi racconti del tuo primo amore da piccolo?”

“Certo! Fammi pensare… La prima volta che mi sono innamorato è stata quando avevo sei anni. Ero innamorato di Lucrezia, una bambina non molto aggraziata e un po’ maschiaccio. A me non importava di questo perché la cosa che mi aveva fatto innamorare di lei era la gentilezza con cui trattava le persone. Cercava sempre di aiutare i più anziani, mi piaceva il modo in cui salutava gli adulti e come mi accarezzava il capo quando mi facevo male… Era favolosa! L’unico problema era che i miei sentimenti per lei non venivano ricambiati.

A lei piaceva Gigi, un mio amico d’ infanzia… Che sto dicendo? Ancora oggi siamo amici! Lui, in confronto a me, era più coraggioso, più atletico e più abbronzato. Io, invece, ero una mozzarella maldestra e fifona! Quelle di Gigi però erano le cose che piacevano in un ragazzo a Lucrezia. Per superare Gigi avevo provato di tutto. Le avevo regalato dei fiori, che prendevo di nascosto dal giardino di mia nonna e pensa che, quando mi scopriva, mi rincorreva per tutta casa sua con una cintura in mano! Avevo anche provato a colorami con un pennarello marrone il corpo, per sembrare più abbronzato, ma… niente da fare! E, ovviamente, mia madre, quando mi scopriva, cioè quasi sempre, mi dava un ceffone enorme per guancia e mi urlava contro infuriata di andarmi a lavare.

Un giorno, dopo gli ennesimi ceffoni, mi andai a lavare e all’improvviso ripensai che il giorno dopo sarebbe stato il compleanno di Lucrezia. Mi feci la doccia in tutta fretta e corsi in camera. Quando ero piccolo esistevano le lire e però, quando spaccai il mio salvadanaio, rimasi molto deluso: c’erano solo zero lire e due bottoni! Cercai di riflettere su che cosa avrei potuto fare con due bottoni. Avevo quasi rinunciato, quando… Eureka, le farò un giubbotto di lana!

Corsi dalla nonna con i miei due bottoni in mano. Con il suo aiuto cucimmo un bellissimo giubbotto di lana bianca e rossa con chiusura a bottoni. Lo impacchettai e le scrissi un biglietto con scritto Buon compleanno! Il giorno dopo mi misi i miei vestiti più eleganti e cioè delle scarpe con qualche buco, alti pantaloni con lunghe bretelle, una camicia tutta rattoppata e mi pettinai. Ero pronto!

Arrivato alla festa, vidi Lucrezia e le diedi subito il mio regalo. Era perfetto! Lei mi abbracciò felicissima e mi ringraziò. Un po’ dopo, arrivò il turno di Gigi, che però si era completamente scordato di farle un regalo! Prese un ciuffo d’erba da terra e glielo diede come regalo. Lei, incantata, prese l’erba e ne fu felicissima, quasi più che per il mio giubbotto. Ancora oggi continuo a cercare di capire il perché. Strane cose fa fare l’amore! E ben strane sono, a volte, le donne!”

 

Autore: @lecic.08 (Classe IA)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Inventare

La parola e lo sguardo

Una volta tutti gli uomini non sapevano né cos’era il linguaggio, né cos’era il suono. Infatti, comunicavano fra loro attraverso gesti. Allora Ampli, la dea del suono e della lingua, decise che avrebbe regalato il linguaggio agli uomini, a patto che essi le avessero concesso l’uomo più bello che esisteva.

Ampli scese sulla terra e mandò la sua proposta agli uomini tramite il pensiero. Questi accettarono tutti, tranne Virgil, il bellissimo e affascinante fanciullo che doveva essere sacrificato. Lui non voleva donarsi ad Ampli perché era già innamorato di Una, la sorella di Ampli, dea del silenzio. Quando Ampli lo venne a sapere, iniziò un vero e proprio conflitto tra le sorelle.

Una era una dea gentile, solare e dagli occhi così espressivi che parlavano più della bocca. Invece, Ampli era una dea vendicativa, spregevole e con due occhi rossi come le fiamme dell’inferno del dio Lavos. Una provò a consolare la sorella, ma ella, guardandola negli occhi, capì che la verità era che Una amava veramente il ragazzo. Ampli giurò che si sarebbe vendicata.

Una e Virgil si sposarono. Dopo dieci anni, Virgil era ancora un uomo bello e coraggioso. Una notte, Ampli tornò. Era ancora infuriata e molto più potente di quando se n’era andata. Negli ultimi dieci anni aveva imparato a trasmettere suoni fortissimi che scatenò nelle menti delle persone e, in particolare, della sorella e dell’amato che l’aveva rifiutata. Una, Virgil e l’intero genere umano stavano impazzendo perciò Virgil, a malincuore, decise di sacrificarsi. Andò da Ampli e le chiese di sposarla. La dea accettò, del tutto ignara che suo marito e sua sorella avevano un piano.

Una notte, quando Ampli si addormentò, Virgil e Una la caricarono su un carro per portarla nella caverna di Tao Shin, l’unico essere più potente delle divinità. Era un drago che non solo l’avrebbe sbranata, ma, uccidendola, avrebbe anche donato i suoi poteri, il suono e la lingua, agli uomini. Arrivati a metà strada, però, Ampli si svegliò e subito capì che era stata ingannata dal marito e dalla sorella. Allora si alzò e cominciò una battaglia che durò cinque anni.

Alla fine, Virgil trionfò ma Una era morta durante il combattimento. La dea Ampli se ne stava accasciata a terra, ma non era morta. L’uomo aveva la possibilità di uccidere la dea, ma poi decise di non farlo. Probabilmente, se l’avesse uccisa lui e non il drago, gli uomini avrebbero continuato a restare muti. Allora fece sbranare la dea dal drago, donando così il suono e la lingua agli uomini. Poi decise di sacrificarsi per far tornare in vita la tanto amata Una.

Prima di morire le disse: “Ti ho riportata in vita perché tu possa insegnare agli uomini che le azioni contano più delle parole”. Poi l’uomo morì. Una piangendo tornò fra gli uomini per insegnare tutto ciò che il marito le aveva detto, ricordando il significato del sacrificio del marito al genere umano. Dopo molti anni, Una finì il suo insegnamento, l’uomo imparò a parlare e a riconoscere i suoni, ma anche a comunicare con un semplice sguardo.

 

 

Autore: MicheleCarda.08 (Classe IA)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Inventare

Diritto allo studio… il dovere di approfittarne

Il diritto allo studio è sancito dall’articolo 34 della Costituzione italiana, la fonte normativa più importante del nostro Stato. È un diritto essenziale per l’uomo e inalienabile, cioè è di tutti senza distinzione di sesso, etnia o ceto sociale. La norma stabilisce un’istruzione obbligatoria e la possibilità di avere delle borse di studio, qualora non si abbia la disponibilità economica per studiare. Così come in Italia, anche negli altri paesi europei ci sono leggi simili. Ne consegue, senza dubbio, che l’istruzione è fondamentale nella formazione di qualsiasi persona.

Tuttavia, non è sempre stato così: la storia ci racconta di periodi, anche non molto lontani, in cui l’istruzione era appannaggio di pochi, ricchi e preferibilmente maschi. Spesso mi è capitato di ascoltare, stupito, persone anziane che hanno frequentato solo pochi anni di scuola, talvolta nessuno. L’alfabetizzazione diffusa nel nostro paese è un fenomeno risalente solo alla seconda metà del secolo scorso. Mia nonna è una di quelle persone che, per frequentare la scuola superiore, doveva affrontare lunghe camminate al freddo dell’inverno. Oggi siamo uno dei paesi al mondo in cui, in teoria, l’istruzione non dovrebbe essere un problema. Il problema invece c’è, ma è di altra natura: spesso noi ragazzi snobbiamo questo diritto, vivendo la scuola come una scomoda imposizione, impegnandoci poco o niente e architettando escamotage per nascondere agli insegnanti il nostro essere impreparati, come se il problema sia solo il giudizio del professore.

È singolare che debba essere proprio chi il diritto allo studio non ce l’ha a ricordare a noi quanto esso sia importante. Malala, una ragazza pakistana, in passato ha rischiato la vita per difendere il diritto allo studio dei suoi connazionali; lei ha affrontato ogni giorno chilometri e chilometri per andare a scuola in un paese che glielo voleva vietare con tutto il suo potere, mentre noi percorriamo chilometri per allontanarci dalla scuola e “marinare”.

Perché in certi paesi studiare è ancora un lusso per pochi? La cultura e l’istruzione fanno paura? A chi? Credo che la cultura sia una delle poche cose che rendano un uomo veramente libero. Libero di scegliere, di pensare, di fare. In che consiste la libertà di pensiero, di parola, di manifestare – conquistata con dure lotte – se non ho alternative tra cui scegliere? Il sapere rende liberi e favorisce l’incontro delle idee e delle culture eppure, ancora oggi, molti popoli sono tenuti nell’ignoranza. “Un popolo ignorante è un popolo facile da ingannare”, diceva Che Guevara. Ignoranza e libertà non possono coesistere. Noi però potremmo studiare, conoscere e quindi, essere veramente liberi. Perché allora troppo spesso non ne approfittiamo?

A volte consideriamo lo studio un dovere fine a se stesso, ma avrebbe un altro sapore se ogni volta che avessimo l’opportunità di apprendere cose nuove, le considerassimo un piccolo pezzo che si aggiunge al puzzle della nostra persona. Un pezzo in grado di arricchire il quadro generale e di conferirgli senso. Altre volte pensiamo di poter rimandare il momento dell’apprendimento perché troppo impegnati in giochi, sport, svaghi e divertimenti in genere. Probabilmente, il benessere ci illude che l’istruzione non serva per avere le cose che consumiamo. Ma essa è anche molto di più che un mezzo per ottenere un reddito. L’istruzione ci fa “essere”, mentre il denaro ci fa soltanto “avere”. A volte sento parlare gli adulti e snobbare materie come la storia, a favore di altre che magari consegnano allo studente competenze tecniche utili nel mondo del lavoro. Naturalmente, da persona che ama la storia, non condivido affatto questo pensiero. Indro Montanelli, famoso giornalista, diceva: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”. E un paese che investe nell’istruzione, formando la coscienza dei propri cittadini, credo che sia un paese migliore, aperto al mondo e in grado di contribuire alla pace di tutti i popoli. Lo stato ha il dovere di potenziare quanto più possibile il diritto allo studio, le persone il dovere di approfittarne.

 

 

Autore: Filo05 (Classe IIIB)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Raccontare il mondo