… un nuovo inizio

Le parole brillarono

raggianti

nella notte scura

e noi trovammo la strada

e il coraggio

per sostenere

il nostro sguardo stupito

sul mondo

 

Furious Jack

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Diritto allo studio… il dovere di approfittarne

Il diritto allo studio è sancito dall’articolo 34 della Costituzione italiana, la fonte normativa più importante del nostro Stato. È un diritto essenziale per l’uomo e inalienabile, cioè è di tutti senza distinzione di sesso, etnia o ceto sociale. La norma stabilisce un’istruzione obbligatoria e la possibilità di avere delle borse di studio, qualora non si abbia la disponibilità economica per studiare. Così come in Italia, anche negli altri paesi europei ci sono leggi simili. Ne consegue, senza dubbio, che l’istruzione è fondamentale nella formazione di qualsiasi persona.

Tuttavia, non è sempre stato così: la storia ci racconta di periodi, anche non molto lontani, in cui l’istruzione era appannaggio di pochi, ricchi e preferibilmente maschi. Spesso mi è capitato di ascoltare, stupito, persone anziane che hanno frequentato solo pochi anni di scuola, talvolta nessuno. L’alfabetizzazione diffusa nel nostro paese è un fenomeno risalente solo alla seconda metà del secolo scorso. Mia nonna è una di quelle persone che, per frequentare la scuola superiore, doveva affrontare lunghe camminate al freddo dell’inverno. Oggi siamo uno dei paesi al mondo in cui, in teoria, l’istruzione non dovrebbe essere un problema. Il problema invece c’è, ma è di altra natura: spesso noi ragazzi snobbiamo questo diritto, vivendo la scuola come una scomoda imposizione, impegnandoci poco o niente e architettando escamotage per nascondere agli insegnanti il nostro essere impreparati, come se il problema sia solo il giudizio del professore.

È singolare che debba essere proprio chi il diritto allo studio non ce l’ha a ricordare a noi quanto esso sia importante. Malala, una ragazza pakistana, in passato ha rischiato la vita per difendere il diritto allo studio dei suoi connazionali; lei ha affrontato ogni giorno chilometri e chilometri per andare a scuola in un paese che glielo voleva vietare con tutto il suo potere, mentre noi percorriamo chilometri per allontanarci dalla scuola e “marinare”.

Perché in certi paesi studiare è ancora un lusso per pochi? La cultura e l’istruzione fanno paura? A chi? Credo che la cultura sia una delle poche cose che rendano un uomo veramente libero. Libero di scegliere, di pensare, di fare. In che consiste la libertà di pensiero, di parola, di manifestare – conquistata con dure lotte – se non ho alternative tra cui scegliere? Il sapere rende liberi e favorisce l’incontro delle idee e delle culture eppure, ancora oggi, molti popoli sono tenuti nell’ignoranza. “Un popolo ignorante è un popolo facile da ingannare”, diceva Che Guevara. Ignoranza e libertà non possono coesistere. Noi però potremmo studiare, conoscere e quindi, essere veramente liberi. Perché allora troppo spesso non ne approfittiamo?

A volte consideriamo lo studio un dovere fine a se stesso, ma avrebbe un altro sapore se ogni volta che avessimo l’opportunità di apprendere cose nuove, le considerassimo un piccolo pezzo che si aggiunge al puzzle della nostra persona. Un pezzo in grado di arricchire il quadro generale e di conferirgli senso. Altre volte pensiamo di poter rimandare il momento dell’apprendimento perché troppo impegnati in giochi, sport, svaghi e divertimenti in genere. Probabilmente, il benessere ci illude che l’istruzione non serva per avere le cose che consumiamo. Ma essa è anche molto di più che un mezzo per ottenere un reddito. L’istruzione ci fa “essere”, mentre il denaro ci fa soltanto “avere”. A volte sento parlare gli adulti e snobbare materie come la storia, a favore di altre che magari consegnano allo studente competenze tecniche utili nel mondo del lavoro. Naturalmente, da persona che ama la storia, non condivido affatto questo pensiero. Indro Montanelli, famoso giornalista, diceva: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”. E un paese che investe nell’istruzione, formando la coscienza dei propri cittadini, credo che sia un paese migliore, aperto al mondo e in grado di contribuire alla pace di tutti i popoli. Lo stato ha il dovere di potenziare quanto più possibile il diritto allo studio, le persone il dovere di approfittarne.

 

 

Autore: Filo05 (Classe IIIB)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Raccontare il mondo

Curare i lussi dell’anima

Che cosa vuol dire vivere una vita priva di lussi?

Ma soprattutto, che cosa sono per noi agi e lussi?

Sono comodità che consentono di migliorare il nostro tenore di vita. Spesso ci illudono di vivere una vita appagante, da ricchi, anche se ricchi non siamo. Difficile rinunciare all’ultimo modello di cellulare, alla bella automobile, ai vestiti di moda, alla cena fuori il sabato, o alle vacanze in giro per il mondo. Tutto questo contribuisce a creare un’immagine di noi che riteniamo positiva. Talvolta, infatti, tendiamo a dare un’eccessiva importanza a ciò che vogliamo apparire nei confronti degli altri, piuttosto che a quello che realmente siamo. Allora si compra l’ultimo modello di smartphone, non perché ci interessino le sue funzioni quanto perché ci rende “fighi”. Viviamo in un mondo globale dove tutto è alla portata di tutti e diventa importante possedere addirittura l’inutile.

Diventa anche difficile rinunciare a comodità a cui siamo abituati. Chi potrebbe farlo? Un eremita? Va tutto per il meglio fino a che possiamo permetterci tutti questi lussi. Cosa succederebbe, invece, se malauguratamente non ce li potessimo più permettere? Dovremmo per forza porci di fronte ad un bivio, il quale ci potrebbe portare su due strade: cercare alternative anche poco lecite per mantenere le entrate economiche sufficienti, oppure adeguarci alla realtà, riconsiderando il concetto di lusso e di agio.

Ricordiamoci che questi concetti sono molto relativi. Ciò che definisco un lusso, per me, non ha lo stesso significato che ha per un ragazzino della mia età che vive in un paese povero dell’Africa, oppure per un immigrato che vive in uno squallido palazzo, alla periferia di una grande città e che magari condivide il materasso sporco con altri dieci connazionali. Per chi non ha l’essenziale per vivere, anche mangiare magari un piatto caldo, o potersi fare la doccia e indossare dei vestiti puliti è un lusso.

Allora provare a rinunciare a cose superflue potrebbe farci riscoprire i veri valori della vita, come la generosità e la solidarietà. Credo che a volte noi ragazzi siamo sopraffatti dalle cose che abbiamo e che tra l’altro non ci rendono neanche davvero felici, oppure ci regalano una gioia effimera. Forse, il vero lusso, oggi, per qualcuno di noi è svincolarsi da questa sete di avere cose e cercare di ridare importanza a ciò che nobilita l’uomo, cioè l’amore e il rispetto per l’altro. Se penso a me con la mia console per videogiochi e ad un mio coetaneo costretto a lavorare e ad aiutare la famiglia per mangiare, allora mi rendo conto che si può vivere anche senza qualcosa che è assolutamente superfluo e che si potrebbe condurre una vita più semplice, puntando all’essenziale e curando di più i lussi dell’anima.

 

Autore: Filo05 (Classe IIIB)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Raccontarsi/Raccontare il mondo

 

Tutti diversi, tutti uguali

 

Il colore della libertà
è il colore dell’amicizia
e della pace
Il colore della libertà vince
il vuoto,
l’insicurezza
dona calore, entusiasmo
Pace!

 

Autori: Missgeogeth, Alice06 (Classe IIB)

 

 

Il razzismo è…

paura di non essere accettati,
mancanza di coraggio,
sentirsi diverso,
abbandono.

Via le maschere!
Siamo tutti uguali
le diversità che abbiamo sono ricchezze,
non cambiare,
Sei perfetto così come sei!

 

Autori: Chiara6b, Gianluca5 (Classe IIB)

 

 

Esiste un mondo aldilà del mare,
dove la pace può regnare,
non si disprezza la gente diversa
Anzi, la si accoglie con fratellanza.
Esiste un mondo aldilà del mare,
dove l’amore può regnare,
dove il razzismo, per carità,
mai con odio si manifesterà.

 

Autore: Lucy08 (Classe IIB)

 

 

Lontananza,
la paura sale
sempre di più.
Ma ricordati, il tuo colore
è unico,
tu sei unico
il nostro legame
è forte
più del colore,
più del paese,
più di ogni altra cosa al mondo!

 

Autori: Mrwonderful, Ice Moon (Classe IIB)

Revisore: ProfAlda

Categoria: Raccontare il mondo

Adolescenza: adesso tocca a me!

Caro Diario,
ultimamente mi sento particolarmente irrequieto e spaesato, non mi era mai successo finora. Ogni giorno noto dei cambiamenti nel mio aspetto fisico e il mio umore è sempre più altalenante. Tutto questo mi fa riflettere… credo sia arrivato anche per me il periodo dell’adolescenza!
Ne ho sentito parlare spesso, me lo hanno descritto in tanti, ma credo che ognuno di noi abbia il diritto, o semplicemente il piacere o l’inquietudine, di viverlo a modo proprio.
A volte mi sento spensierato come un bambino e magari, un attimo dopo, mille pensieri mi affollano la mente e l’ansia mi assale. Penso alla scuola e ai vari impegni, come lo sport, che comunque devo gestire con serietà, perché sono fatto così, è il mio carattere e comincio a pensare di non riuscire a dare il meglio di me. Mi sento come una barca in mezzo al mare. Poi, in altri momenti, mi sembra di poter spaccare il mondo, mi sento addosso la forza di un guerriero!
Per fortuna, basta una parola detta dai miei genitori, o da chi mi vuole bene, per farmi tornare con i piedi per terra e farmi riprendere la consapevolezza che sto semplicemente crescendo e che tutto fa parte del gioco.
In questo periodo mi trovo anche a fare una scelta molto importate per il mio futuro, cioè quale scuola superiore sia più adatta a me. Credo di aver individuato la strada giusta, anche se, a volte, ho ancora dei dubbi, ma penso sia normale.
Sono sicuro che con l’aiuto dei miei genitori e con i consigli dei miei professori riuscirò a fare la scelta giusta, o almeno me lo auguro… ma che gran fatica!

Autore: An0n1mo (Classe IIID)

Revisore: ProfAlda

Categoria: Raccontarsi

Vita da farfalla

Un giorno, io e mia cugina andammo a fare una passeggiata in mezzo alla campagna per rilassarci e non pensare a nulla. Arrivammo nel mezzo di una vigna piena di uva e decidemmo di raccoglierne un po’ per mangiarla. Staccammo il primo grappolo sopra al quale c’era una farfalla che non voleva andarsene e sembrava fosse proprio incollata. Ad un tratto, volò via nervosamente. Io e mia cugina continuammo a camminare e nel frattempo mangiavamo l’uva che avevamo raccolto. Si erano fatte le sette di sera e stava facendo buio, allora decidemmo di tornare a casa e cenare.
La nonna ci stava aspettando con il cibo pronto in tavola, mangiammo con calma e dopo qualche partita a carte, decidemmo di andare a dormire. Quella notte per me fu un vero e proprio incubo: sudavo tantissimo e avevo un forte mal di pancia e di schiena, non riuscivo proprio a muovermi. Poi, verso l’alba, riuscii a tranquillizzarmi e, poco dopo, mi passarono tutti i dolori. Ad un certo punto, provai tanta sete. Mi alzai dal letto, provai ad uscire dalla camera, ma non riuscivo a passare dalla porta. Sentivo come se qualcosa mi trattenesse per le spalle, mi girai e vidi delle ali di farfalla attaccate alla mia schiena. Non capivo come e perché avessi queste ali, poi pensai alla farfalla del pomeriggio… l’avevo forse mangiata? Avevo respirato qualcosa di strano? Non riuscivo a darmi una risposta valida o logica.
Provai a tagliarle, quelle fastidiosissime ali, ma senza successo. Decisi allora di schiacciarle per passare attraverso tutte le porte di casa e uscire. Non sapevo più cosa fare, ero spaventata, agitata e provai in tutti i modi a staccarle, ma niente. L’unica cosa da fare era provare a volare, dopo tutto, fin da bambina, era sempre stato il mio sogno nascosto. Mi concentrai e feci vari tentativi: saltavo, cadevo, mi facevo male e, ad un certo punto, ci riuscii.
Era bellissimo! Sembrava di essere in un sogno, fino a che non arrivò un uccello bruttissimo e gigante che provava in tutti i modi a mangiarmi. Ormai però non avevo più paura di niente, gli diedi un calcione e cadde sopra ad un albero. Volavo felice, quando mi accorsi di avere anche delle antenne attaccate alla mia testa; allora capii che con il passare del tempo sarei diventata una vera farfalla. Ero felice perché potevo volare, ma, allo stesso tempo, ero anche triste perché non avrei più vissuto la mia vita, non sarei più stata con la mia famiglia e non avrei avuto più nessuno dei miei cari con cui parlare e stare insieme. Non potevo fare altro che rassegnarmi e vivere il resto della mia vita come una farfalla.
Passati altri tre giorni, mi sentivo nuda, priva di sentimenti, ma soprattutto tanto sola. La metamorfosi procedeva e non sapevo cosa fare, i giorni passavano e avevo tanta fame. Ripensai al vigneto e a quell’uva succosa e invitante che c’era, perciò mi recai proprio lì. Mi posai con calma a terra, ancora arrivavo a prendere l’uva perché, nonostante fossi molto più bassa, non mi ero ancora trasformata del tutto. Staccai un grappolo e lo portai con me sopra un albero, dove me lo mangiai con calma per poi addormentarmi.
Il giorno seguente avevo completato la mia mutazione: ero diventata una vera e propria farfalla! I giorni passavano noiosi, andavo a succhiare un po’ di succo d’uva, tornavo sull’albero e mi riposavo; facevo alcuni voli, posandomi qua e là e infine mi riaddormentavo sul mio alberello. Le mie giornate erano tutte uguali. Un giorno, mentre mi trovavo nel vigneto, arrivarono due ragazze che, all’improvviso, strapparono il grappolo dove mi ero posata. Mi volevano mandare via e allora caddi dentro un acino di uva aperto e mi bagnai le ali perdendo così un po’ di quella polverina che permette alle farfalle di volare. Mi arresi e lasciai il grappolo alle ragazze.
Ero molto stanca e un po’ febbricitante, decisi perciò di tornare sull’albero. Dopo qualche giorno, al mio risveglio, mi ritrovai in compagnia di un’altra farfalla che giaceva accanto a me, la svegliai e le chiesi cosa facesse là e se volesse qualcosa da me. Non mi disse altro che: “Ciao, mi chiamo Alice! Mi sono ritrovata in questo corpo senza un motivo e non so più cosa fare e tu?” Aveva il mio stesso nome ed era diventata una farfalla, come era accaduto a me… anzi avevo la netta sensazione che quella ero proprio io!
Parlando, io e Alice capimmo di essere la stessa persona, la stessa Alice che, giorni prima, aveva scacciato una farfalla posata su un acino d’uva. Pensammo a lungo a questa curiosa situazione e decidemmo di andare in cerca di altre nostre sorelle, altre “Alice diventate farfalle”, proprio come noi.
Un giorno udimmo una voce dal basso che diceva: “Scusate, voi lassù, ascoltatemi!” Abbassammo lo sguardo, c’era un topolino sotto di noi che ci stava chiamando. Ci avvicinammo e gli chiedemmo cosa volesse. Ci chiese di accompagnarlo a casa perché dall’alto potevamo indicargli la strada che aveva smarrito. Accettammo e lo accontentammo. Dopo avergli raccontato la nostra storia, gli chiedemmo se conoscesse altre farfalle come noi. Lui ci spiegò che esisteva un posto speciale dove potevamo incontrare farfalle e altri animali simili a noi, un posto al confine tra sogno e realtà. Seguimmo le sue indicazioni e, quando arrivammo, restammo a bocca aperta. Si trattava di un bosco incantato nel quale tutte le farfalle potevano vivere in pace e al sicuro. Io e Alice decidemmo allora di vivere lì. C’era qualche casa a disposizione e decidemmo di abitarne una insieme. La vita da farfalla, dopo tutto, era molto meglio che quella da essere umano!

Autore: Aly72 (Classe IIIB)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Inventare

Viaggio nel tempo

Nel 2063 la terra era governata dai robot che si erano rivoltati agli esseri umani e avevano formato un loro governo. Tutto era avvenuto per una ragione. Una agguerrita specie aliena aveva invaso la terra e i nostri robot avevano preso il comando di tutte le operazioni di guerra. Adesso erano loro a dettare legge e prendevano decisioni anche per quei pochi uomini rimasti vivi. Era scoppiata la guerra più terribile della storia terrestre.
L’Italia era scomparsa a causa dei robot. Con le loro bombe atomiche avevano raso al suolo l’intera penisola, tranne il Piemonte e la zona confinante con la Francia. A Torino viveva Tony, un ragazzo di 25 anni, che abitava insieme al fratello Wayne. Tony era nato a Roma e lì aveva trascorso l’infanzia, ma quando i robot attaccarono la capitale, i suoi genitori morirono, mentre lui e suo fratello si salvarono prendendo l’ultimo barcone per Genova. A 18 anni, Tony si arruolò nell’esercito anti-robot, la sua carriera militare durò solo cinque anni perché i robot scoprirono il covo dove si rifugiavano e sterminarono tutti, a parte Tony che, grazie al fratello, riuscì a scappare pochi minuti prima dell’attacco. Da quel momento, i due fratelli promisero di non separarsi mai più e di aiutarsi l’uno con l’altro per sempre.
Si trasferirono a Torino, in uno di quelli che erano stati i palazzi più belli della città, ormai disabitato. Quando ricevettero la notizia di una grande controffensiva contro gli alieni invasori, decisero di isolarsi nel palazzo per qualche giorno. Dopo due settimane trascorse al buio e al freddo, finirono le provviste e Tony decise di recarsi dall’amico Michele per un po’ di cibo. Nei giorni precedenti, da una piccola fessura lungo un muro avevano visto molti alieni avanzare in città. Probabilmente la controffensiva dei robot era fallita. Sarebbe stato molto pericoloso uscire, ma Tony riuscì nel suo intento: andò a prendere il cibo senza farsi scoprire ed uccidere, poi tornò verso casa. Quando mancavano cento metri all’arrivo, Tony sentì delle urla provenire dall’interno del palazzo e il rumore di uno sparo di fucile fotonico. A Tony è subito parso di sentire la voce acuta di suo fratello. Arrivato di corsa nella sua abitazione, notò la porta semiaperta. La spalancò e in mezzo al soggiorno c’era suo fratello Wayne accasciato a terra immerso in una pozza di sangue; era già morto. Tony era sconvolto dal dolore e disperato, era rimasto solo e aveva perso l’unica persona cara che gli era rimasta. Si sentiva anche in colpa per averlo lasciato solo. Dopo giorni di riflessione e disperazione, andò dal suo caro amico Michele che, vedendolo in questo stato, gli disse che un modo per riportare in vita suo fratello c’era ed era un viaggio nel tempo. Ebbene sì, Michele possedeva una di quelle vecchie macchine del tempo costruite dai robot ed era ancora ben funzionante. Tony decise di riportare in vita il fratello e allora si allenò duramente per reggere la forza del viaggio nel tempo e, proprio quando la guerra stava per giungere al termine, Tony era pronto a partire. Michele azionò la macchina del tempo che iniziò a creare un vortice, un varco spazio-temporale. Tony si tuffò dentro il portale e iniziò quella che per lui sarà l’esperienza più sconvolgente della vita. Venne fatto rimbalzare come una pallina da flipper e quando finalmente vide il portale d’arrivo era letteralmente esausto.
Il portale lo aveva portato direttamente in casa sua. Wayne era seduto sul divano, il “Tony del futuro” si avvicinò e gli toccò la spalla facendolo alzare di scatto dalla paura. Tony disse a Wayne che da lì a poco un alieno sarebbe entrato nell’appartamento e l’avrebbe ucciso. Wayne, incredulo e spaventato, non volle uscire di casa. Tony allora escogitò un piano: quando l’alieno sarebbe entrato, avrebbe afferrato il nemico e si sarebbe gettato con lui dalla finestra, salvando il fratello. Non comunicò il piano a Wayne perché il fratello non gli avrebbe permesso di sacrificarsi per lui, così si nascose dietro una porta in attesa dell’alieno. Quando l’alieno arrivò nel palazzo si sentì un agghiacciante urlo di terrore. L’alieno saliva le scale con molta velocità, entrò nell’appartamento e Tony lo attaccò gettandosi con lui dalla finestra. Morirono all’istante.
Wayne se ne stava sconvolto, rannicchiato in un angolo della stanza, fissando la finestra sfondata, poi cominciò a sentire altri passi. Di corsa qualcuno stava salendo le scale. La porta si spalancò di nuovo. Qualcuno era entrato nella stanza. Ma non era il suono metallico del passo di un robot. Wayne allora chiuse gli occhi aspettando la terribile fine che attendeva le vittime di un attacco alieno, invece una mano si posò su di lui, la mano di Tony che cercava di rincuorarlo e gli chiedeva che cosa fosse successo.

AUTORE: Rondotony777 (Classe IIID)

REVISORE: ProfAlda e Furious Jack

CATEGORIA: Inventare

Il sogno tombale

Era il 27 ottobre del 1988, Michael Storm era stanchissimo, la sua giornata in ufficio lo aveva sfinito, così, dopo aver mangiato, si coricò a letto. Al suo risveglio prese la sua valigetta, si vestì, si lavò e uscì di casa incamminandosi per le vie di New York per arrivare al lavoro. Quella giornata gli pareva strana, cupa, buia e tra le strade non c’era nessuno; la nebbia era così fitta da non fargli vedere nulla. Il silenzio assordante che ricopriva quella giornata creava un sottilissimo velo inquietante che avvolgeva tutta la città. Ad un tratto, vide una sfocata sagoma maschile in lontananza, Michael cercò disperatamente di raggiungerla senza successo, per attirare a sé l’attenzione urlò chiedendo chi fosse, ma nessuno gli rispose o forse nessuno era lì in quel momento.
All’improvviso qualcosa lo scosse, fece un balzo e si accorse di essere nel suo letto, fece un respiro di sollievo, era solo un brutto sogno e non la realtà. Così Micheal si vestì, si lavò, prese la sua valigetta e ritornò a incamminarsi per le vie di New York. Quando varcò la porta di casa, il suo cuore batté all’impazzata: non c’era nessuno e la nebbia era così fitta da impedirgli di vedere qualsiasi cosa! In lontananza si intravedeva di nuovo la stessa sagoma sfocata, solamente che si avvicinava e, proprio quando cercò di urlare per attirare a sé l’attenzione, si ritrovò nuovamente nel suo letto.
A quel punto non sapeva cosa aspettarsi, aveva paura di varcare quella porta e ritrovare tutto come nel sogno. Con un po’ di coraggio Michael si vestì, si lavò e prese la sua valigetta ritornando nuovamente a incamminarsi per le vie di New York. Quando varcò quella maledettissima porta era tutto uguale: cupo, buio e con quella sfocata sagoma che questa volta gli era davanti; lui impaurito cercò di correre via, ma era come se le sue gambe fossero attaccate al terreno con il cemento armato. Quella sagoma lo toccò e lui, Michael, si ritrovò ancora nel suo letto!
Così con moltissima paura, ma anche tanta curiosità, per la quarta volta si vestì, si lavò e prese la sua valigetta e contò fino a cinque prima di aprire la porta. Quando la aprì era tutto normale e per la prima volta fu felice di sentire il rumore e di vedere le persone di New York che camminavano creando confusione. Cercò un taxi per arrivare al lavoro, evitando di camminare. Ma quando entrò in quel taxi vide che il taxista era proprio la sagoma che lo aveva perseguitato per quattro volte.
La sagoma toccò Michael e fu così che si ritrovò come fosse nello spazio; il suo letto che fluttuava nel vuoto assoluto.
Era un sogno?
La realtà?
O semplicemente la profondissima morte?

Autore: Spaiato2 (Classe IIID)

Revisore: ProfAlda

Categoria: Inventare