… un nuovo inizio

Le parole brillarono

raggianti

nella notte scura

e noi trovammo la strada

e il coraggio

per sostenere

il nostro sguardo stupito

sul mondo

 

Furious Jack

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Viaggio nel tempo

Nel 2063 la terra era governata dai robot che si erano rivoltati agli esseri umani e avevano formato un loro governo. Tutto era avvenuto per una ragione. Una agguerrita specie aliena aveva invaso la terra e i nostri robot avevano preso il comando di tutte le operazioni di guerra. Adesso erano loro a dettare legge e prendevano decisioni anche per quei pochi uomini rimasti vivi. Era scoppiata la guerra più terribile della storia terrestre.
L’Italia era scomparsa a causa dei robot. Con le loro bombe atomiche avevano raso al suolo l’intera penisola, tranne il Piemonte e la zona confinante con la Francia. A Torino viveva Tony, un ragazzo di 25 anni, che abitava insieme al fratello Wayne. Tony era nato a Roma e lì aveva trascorso l’infanzia, ma quando i robot attaccarono la capitale, i suoi genitori morirono, mentre lui e suo fratello si salvarono prendendo l’ultimo barcone per Genova. A 18 anni, Tony si arruolò nell’esercito anti-robot, la sua carriera militare durò solo cinque anni perché i robot scoprirono il covo dove si rifugiavano e sterminarono tutti, a parte Tony che, grazie al fratello, riuscì a scappare pochi minuti prima dell’attacco. Da quel momento, i due fratelli promisero di non separarsi mai più e di aiutarsi l’uno con l’altro per sempre.
Si trasferirono a Torino, in uno di quelli che erano stati i palazzi più belli della città, ormai disabitato. Quando ricevettero la notizia di una grande controffensiva contro gli alieni invasori, decisero di isolarsi nel palazzo per qualche giorno. Dopo due settimane trascorse al buio e al freddo, finirono le provviste e Tony decise di recarsi dall’amico Michele per un po’ di cibo. Nei giorni precedenti, da una piccola fessura lungo un muro avevano visto molti alieni avanzare in città. Probabilmente la controffensiva dei robot era fallita. Sarebbe stato molto pericoloso uscire, ma Tony riuscì nel suo intento: andò a prendere il cibo senza farsi scoprire ed uccidere, poi tornò verso casa. Quando mancavano cento metri all’arrivo, Tony sentì delle urla provenire dall’interno del palazzo e il rumore di uno sparo di fucile fotonico. A Tony è subito parso di sentire la voce acuta di suo fratello. Arrivato di corsa nella sua abitazione, notò la porta semiaperta. La spalancò e in mezzo al soggiorno c’era suo fratello Wayne accasciato a terra immerso in una pozza di sangue; era già morto. Tony era sconvolto dal dolore e disperato, era rimasto solo e aveva perso l’unica persona cara che gli era rimasta. Si sentiva anche in colpa per averlo lasciato solo. Dopo giorni di riflessione e disperazione, andò dal suo caro amico Michele che, vedendolo in questo stato, gli disse che un modo per riportare in vita suo fratello c’era ed era un viaggio nel tempo. Ebbene sì, Michele possedeva una di quelle vecchie macchine del tempo costruite dai robot ed era ancora ben funzionante. Tony decise di riportare in vita il fratello e allora si allenò duramente per reggere la forza del viaggio nel tempo e, proprio quando la guerra stava per giungere al termine, Tony era pronto a partire. Michele azionò la macchina del tempo che iniziò a creare un vortice, un varco spazio-temporale. Tony si tuffò dentro il portale e iniziò quella che per lui sarà l’esperienza più sconvolgente della vita. Venne fatto rimbalzare come una pallina da flipper e quando finalmente vide il portale d’arrivo era letteralmente esausto.
Il portale lo aveva portato direttamente in casa sua. Wayne era seduto sul divano, il “Tony del futuro” si avvicinò e gli toccò la spalla facendolo alzare di scatto dalla paura. Tony disse a Wayne che da lì a poco un alieno sarebbe entrato nell’appartamento e l’avrebbe ucciso. Wayne, incredulo e spaventato, non volle uscire di casa. Tony allora escogitò un piano: quando l’alieno sarebbe entrato, avrebbe afferrato il nemico e si sarebbe gettato con lui dalla finestra, salvando il fratello. Non comunicò il piano a Wayne perché il fratello non gli avrebbe permesso di sacrificarsi per lui, così si nascose dietro una porta in attesa dell’alieno. Quando l’alieno arrivò nel palazzo si sentì un agghiacciante urlo di terrore. L’alieno saliva le scale con molta velocità, entrò nell’appartamento e Tony lo attaccò gettandosi con lui dalla finestra. Morirono all’istante.
Wayne se ne stava sconvolto, rannicchiato in un angolo della stanza, fissando la finestra sfondata, poi cominciò a sentire altri passi. Di corsa qualcuno stava salendo le scale. La porta si spalancò di nuovo. Qualcuno era entrato nella stanza. Ma non era il suono metallico del passo di un robot. Wayne allora chiuse gli occhi aspettando la terribile fine che attendeva le vittime di un attacco alieno, invece una mano si posò su di lui, la mano di Tony che cercava di rincuorarlo e gli chiedeva che cosa fosse successo.

AUTORE: Rondotony777 (Classe IIID)

REVISORE: ProfAlda e Furious Jack

CATEGORIA: Inventare

Il sogno tombale

Era il 27 ottobre del 1988, Michael Storm era stanchissimo, la sua giornata in ufficio lo aveva sfinito, così, dopo aver mangiato, si coricò a letto. Al suo risveglio prese la sua valigetta, si vestì, si lavò e uscì di casa incamminandosi per le vie di New York per arrivare al lavoro. Quella giornata gli pareva strana, cupa, buia e tra le strade non c’era nessuno; la nebbia era così fitta da non fargli vedere nulla. Il silenzio assordante che ricopriva quella giornata creava un sottilissimo velo inquietante che avvolgeva tutta la città. Ad un tratto, vide una sfocata sagoma maschile in lontananza, Michael cercò disperatamente di raggiungerla senza successo, per attirare a sé l’attenzione urlò chiedendo chi fosse, ma nessuno gli rispose o forse nessuno era lì in quel momento.
All’improvviso qualcosa lo scosse, fece un balzo e si accorse di essere nel suo letto, fece un respiro di sollievo, era solo un brutto sogno e non la realtà. Così Micheal si vestì, si lavò, prese la sua valigetta e ritornò a incamminarsi per le vie di New York. Quando varcò la porta di casa, il suo cuore batté all’impazzata: non c’era nessuno e la nebbia era così fitta da impedirgli di vedere qualsiasi cosa! In lontananza si intravedeva di nuovo la stessa sagoma sfocata, solamente che si avvicinava e, proprio quando cercò di urlare per attirare a sé l’attenzione, si ritrovò nuovamente nel suo letto.
A quel punto non sapeva cosa aspettarsi, aveva paura di varcare quella porta e ritrovare tutto come nel sogno. Con un po’ di coraggio Michael si vestì, si lavò e prese la sua valigetta ritornando nuovamente a incamminarsi per le vie di New York. Quando varcò quella maledettissima porta era tutto uguale: cupo, buio e con quella sfocata sagoma che questa volta gli era davanti; lui impaurito cercò di correre via, ma era come se le sue gambe fossero attaccate al terreno con il cemento armato. Quella sagoma lo toccò e lui, Michael, si ritrovò ancora nel suo letto!
Così con moltissima paura, ma anche tanta curiosità, per la quarta volta si vestì, si lavò e prese la sua valigetta e contò fino a cinque prima di aprire la porta. Quando la aprì era tutto normale e per la prima volta fu felice di sentire il rumore e di vedere le persone di New York che camminavano creando confusione. Cercò un taxi per arrivare al lavoro, evitando di camminare. Ma quando entrò in quel taxi vide che il taxista era proprio la sagoma che lo aveva perseguitato per quattro volte.
La sagoma toccò Michael e fu così che si ritrovò come fosse nello spazio; il suo letto che fluttuava nel vuoto assoluto.
Era un sogno?
La realtà?
O semplicemente la profondissima morte?

Autore: Spaiato2 (Classe IIID)

Revisore: ProfAlda

Categoria: Inventare

La coppia del lago

Io e il mio amico Sebastiano siamo ottimi nuotatori e, appena possiamo, facciamo un salto al lago per fare un bel bagno. Quel pomeriggio non era molto caldo, l’autunno stava arrivando, tuttavia, il sole splendeva alto nel cielo azzurro, così decidemmo di andare a fare un ultimo tuffo. Il lago, come al solito, era una tavola, non c’era la folla dei mesi estivi e questo ci piacque parecchio, avremmo potuto divertirci in santa pace. C’erano solo due fidanzatini che passeggiavano mano nella mano in lontananza.
Sebastiano per primo si tolse i vestiti e si tuffò in acqua. Tornando in superficie urlò: “È fantastico!” ma, conoscendolo bene, sapevo che avrebbe detto lo stesso anche se avesse sbattuto contro un icerberg. Io avevo freddo, mi spogliai in fretta e mi tuffai prima di cambiare idea. Una volta in acqua, rimasi un po’ sorpresa. Mi aspettavo che l’acqua fosse gelida, invece era molto calda, quasi bollente. Raggiunsi Sebastiano a nuoto e iniziammo a fare qualche gara di nuoto per passare il tempo. Dopo l’ennesima bracciata di stile libero, decidemmo di immergerci nell’acqua, restando il più possibile in apnea. Di solito Sebastiano mi batte sempre, ma questa volta ero decisa a resistere più di lui, quindi rimasi sott’acqua fino all’estremo delle mie forze….
Quando riemersi sentii un urlo, alzai il capo e mi accorsi che il cielo era diventato rosso, come se il sole stesse per tramontare. Tuttavia, era alto nel cielo! Mi guardai intorno: l’erba sembrava secca e gli alberi erano privi di foglie. Raggiunsi Seb, che nel frattempo si stava rilassando galleggiando a pancia in su. Appena mi notò disse: “Hey, cosa c’è?”. Io gli risposi: “Guarda! Sbaglio o quando siamo arrivati non era tutto così inquietante?”. Seb si prese un momento per osservare e poi disse: “Ma che è successo? Sono abbastanza sicuro che quando siamo arrivati c’erano le foglie!”. Pensai di andare a chiedere alla coppia di fidanzatini che avevo avvistato prima, ma non c’era più. “A-Alessia…” mi richiamò Sebastiano con un tono che non gli avevo mai sentito. “Sì?”, risposi girandomi verso di lui, ma poi lo notai, l’acqua si stava dipingendo di rosso, sembrava sangue. “Seb… ma che ci stiamo a fare ancora qui? Scappiamo!”. Eravamo nella parte centrale del lago, quindi per ritornare a riva ci sarebbe voluto qualche minuto. Incominciai a nuotare più velocemente che potevo, ma, non so perché, mi sentivo come se una forza mi stesse respingendo al centro del lago. Mi fermai e guardai verso Sebastiano. Anche lui era fermo e aveva gli occhi puntati sulla parte del lago dove il sangue si stava espandendo: c’erano due corpi che giacevano galleggiando sull’acqua. “La coppia di prima”, pensai. Non so ancora spiegare perché lo feci, ma senza pensarci e con la speranza che fossero vivi, nuotai rapidamente verso di loro. Fortunatamente non erano molto lontani. Mi avvicinai sempre di più a loro, con Il mio costume che ormai era impregnato di sangue. Tentai di scoprirgli la faccia ribaltando il corpo. Appena riuscii a girare il corpo della ragazza mi spaventai, urlai e scappai verso Seb che mi stava ancora chiamando…. a quella ragazza mancavano occhi e bocca! Non feci in tempo ad arrivare verso di lui, che qualcosa mi prese la caviglia, urlai e notai subito che Seb era sparito. La ‘cosa’ mi portò in profondità, fino a quando non vidi tutto nero…
“Psst… hey, Alessia” aprii gli occhi timorosa di quello che mi sarei potuta trovare davanti. Una volta messo a fuoco il paesaggio, tirai un sospiro di sollievo: niente sangue, niente cielo rosso e niente alberi spogli. Vicino a me c’era Seb, provai subito a chiedere spiegazioni, ma poi notai la coppia di fidanzatini, viva e vegeta accanto a lui: “Ma… voi… eravate morti! E tu… Seb… eri sparito! Cosa è successo?”. Seb rise sollevato: “Grazie al cielo stai bene! Mi hai fatto prendere un colpo! Stavamo facendo le gare di apnea quando, ad un tratto, non sei risalita più! Stavi per annegare! Loro mi hanno aiutato a farti riprendere”. Mi girava la testa e volevo piangere. Capii che prima non era successo niente e che era tutto frutto della mia fantasia. Eppure tutto così mi era sembrato così reale…
La coppia si alzò e la ragazza disse: “Scusate, ma ora noi dobbiamo andare, l’importante è che lei stia bene”. Seb si alzò, li salutò e li ringraziò. Io, ancora scossa e confusa, mi limitai a mormorare un “grazie” e a salutarli con un cenno della mano. Osservai, sollevata, la coppia andare via, quando notai il giaccone della ragazza: era tutto sporco di sangue!!! Allora…. forse…. non era stato tutto frutto della mia fantasia!

Autore: Cava28 (Classe IIID)

Revisore: ProfAlda

Categoria: Inventare

Senza macigni sul cuore

John era un ragazzo inglese, adolescente, sui quindici anni. Aveva uno sguardo molto curioso e due occhi color nocciola. Era alto e magro. I suoi capelli erano di un rosso molto scuro tendente al marrone. Era di carnagione chiara ed era pieno di lentiggini. Veniva considerato da tutti un sempliciotto e un superficiale, oppure non veniva considerato affatto. La verità era che lui, a dispetto della sua allegria e della sua inarrestabile vivacità, era anche molto timido e impacciato e spesso risultava maldestro a tal punto che cercava di evitare in tutti i modi di mettersi in evidenza.

John aveva uno strettissimo rapporto con tutti gli animali; a volte scopriva che, mentre parlava, loro sembravano ascoltarlo. Come ho detto prima, era un ragazzo che veniva considerato superficiale. I suoi stessi genitori glielo ripetevano in continuazione, tutti i giorni, e lo invitavano a prestare maggiore attenzione alle cose che faceva. La sua indole fantasiosa lo portava spesso a distrarsi, a fantasticare, a smarrirsi, a dimenticare e perdere oggetti. Si fermava spesso a contemplare il cielo, le stelle, il tramonto, la luna e inoltre a John piaceva stare sotto la pioggia e arrampicarsi sugli alberi per ascoltare gli uccelli cantare. Viveva in un mondo tutto suo, in cui c’erano solo lui e la natura. Tuttavia, i suoi genitori, fin troppo seri, scettici e precisi, non tolleravano che prendesse brutti voti a scuola e che la saltasse per andare chissà dove. I suoi genitori discutevano ogni sera per decidere su cosa fare con John, dicevano: “Non è responsabile e non sa stare al mondo e se non comincia a capire cosa sia la realtà, da adulto non saprà fare niente.”

La scuola un giorno chiamò i genitori di John avvisandoli che il ragazzo non era stato presente per alcuni giorni. Diventarono furiosi. Tuttavia, sua madre decise che il giorno dopo lo avrebbe seguito di nascosto. John entrò nel negozio del macellaio dietro casa, si fece dare alcuni avanzi di carne dentro una bustina. Con la carne John si diresse in un bosco. La madre vedeva da lontano il figlio stare fermo e guardare in basso, non capiva cosa stesse facendo, ma aspettò. Ad un certo punto, vicino a John comparvero tre piccole volpi. John aprì la bustina e diede loro la carne. Le volpi affamate divorarono in pochi secondi il cibo e, dopo averle fatte mangiare, John le chiamò, le accarezzò e giocò con loro correndo e facendosi raggiungere. Sua madre si commosse guardando quella scena e se ne tornò a casa in silenzio.

La sera, a cena, il padre era già al corrente di tutto. La madre disse a John che lo aveva visto mentre curava quelle volpi. I genitori si scusarono con lui per averlo accusato di essere un irresponsabile, dissero anche, però, che John avrebbe dovuto metterli al corrente e loro lo avrebbero compreso, aiutandolo. John raccontò che alcuni cacciatori avevano ucciso la madre di quelle volpi, lasciando la cucciolata orfana e indifesa. In quel momento la scuola e tutti gli altri impegni erano passati in secondo piano perché il suo cuore gli diceva di aiutarle. Lui aveva seguito la voce della sua coscienza, promettendosi che, quando sarebbero cresciute, avrebbe recuperato il tempo perso a scuola.

Spesso mi capita di notare, così come è capitato ai genitori di John, che molte persone giudicano troppo facilmente gli altri: per il loro modo di vestire, di parlare o di non parlare, per il loro carattere o il loro comportamento, per le scelte che compiono, senza conoscere i veri motivi che stanno dietro all’agire. E così la leggerezza può essere spesso confusa con la superficialità, ma si tratta di due cose molto diverse. Leggerezza può significare prendere le cose ironicamente, dando loro un peso diverso da quello che, a volte, il comune buon senso potrebbe suggerire come giusto, appropriato o conveniente. Essa ci può aprire possibilità nuove di guardare il mondo intorno a noi e anche di acquisire la capacità di sdrammatizzare, quando un obiettivo non viene raggiunto o quando una cosa si rivela come non ci aspettavamo. Superficialità, invece, significa non avere consapevolezza di quello che accade a noi e a chi ci sta intorno e delle conseguenze delle nostre azioni. La leggerezza è il coraggio di scegliere il sorriso nei confronti della vita, malgrado tutto, è “planare sulle cose dall’alto e non avere macigni sul cuore”, come disse una volta lo scrittore Italo Calvino.

 

Autore: LimeOne (Classe IIB)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Raccontare il mondo

Una sfida per crescere

Un po’ di anni fa, quando avevo cinque anni, i miei genitori si sono separati. È stata una sfida veramente difficile da affrontare. Mi sono ritrovata a crescere immediatamente, a non vedere più i miei genitori insieme. Infatti, durante le giornate, a volte sono con mia madre, a volte con mio padre, ma ritorno sempre a dormire a casa mia con papà.

Ho provato molta rabbia all’inizio e non volevo accettare questa situazione ma l’ho dovuta affrontare per forza. Il dover stare un po’ con mamma e un po’ con papà, mi rendeva triste, perché avrei voluto vedere la mia famiglia unita, ma alla fine mi sono abituata.

Piano piano, ho provato meno rabbia per i miei genitori, anche se ancora un po’ ne provo. Solo dopo un po’ di tempo ho cominciato a sentirmi più serena come gli altri bambini, anche se i miei genitori non li vedevo più insieme. Sono più felice adesso, rispetto a qualche anno fa, perché pensavo di essere diversa dagli altri, ma mi sono resa conto che ci sono molti bambini nella mia stessa situazione e quindi ora non mi sembra più tanto strano avere dei genitori separati. Sono felice lo stesso.

Anche se ho sempre sperato che tornassero insieme, purtroppo ciò non è accaduto, eppure continuiamo a fare molte cose insieme. Avere i genitori separati non è così brutto, anche se ogni figlio vorrebbe vederli sempre insieme.

 

Autore: Sofy05 (Classe IIB)

Revisore: Furious Jack

Categoria: Raccontarsi